Mikel Gjokaj

Mikel Gjokaj nasce l’11 novembre 1946 a Krusheve, un piccolo villaggio del Kosovo, tra i più colpiti dall’esercito serbo nel 1999; frequenta la scuola superiore di Belle Arti di Pristina negli anni accademici 1968-1970 e la Facoltà di Belle Arti, sezione di pittura e incisione presso l’Università di Belgrado, negli anni 1970-1974; in quello stesso anno consegue la qualifica accademica superiore e si laurea in Pittura. Nell’ottobre 1975 giunge a Roma dove vive, lavora e vi ha acquisito la cittadinanza.

Da molti decenni lontano dalle dinamiche politiche e sociali del Kosovo, Gjokaj, nelle sue opere, pare nutrire una forte nostalgia per la sua terra d’origine. I suoi quadri raffigurano infatti paesaggi evocativi e sentimentali. La sua pittura è fatta di “dolci esplosioni che fanno fiorire la tela, come se i suoi paesaggi fossero campi arati e coltivati con miscugli di semi senza nome” (Marco Tonelli – Caratteri, ndr).

Nel Kosovo, ombelico dei Balcani, la luce che si accende nei cieli è una luce rosa che con il passare delle ore si fa sempre più rossa e violenta fino a diventare blu cobalto, viola, violetto scuro. Qui ha inizio l’Oriente e Mikel Gjokaj non ha mai dimenticato nei suoi paesaggi evocativi, i colori e i cieli della sua terra. GjokaJ è nato all’interno, in un mondo contadino, e quando ha cercato altri orizzonti, un futuro, si è diretto verso Belgrado, ancora più addentro nel cuore dei Balcani. Che cosa sogna un giovane kosovaro, cresciuto in una campagna attestata ai tempi d’Omero, con i suoi riti, i paesaggi immobili, la convivenza di etnie cementate dai ritmi del lavoro nei campi, proiettato all’Accademia di Belgrado? Diventare pittore. Una cosa l’Accademia di Belgrado gli deve avere inculcato come un codice genetico: lo studio delle proprietà di ogni singolo colore, di ogni singola marca, con tutte le gamme e sfumature, la possibilità di mischiarlo o no con altri colori, la sua durata, trasparenza, densità e persino effetto psichico su chi guarda.

I paesaggi di Gjokaj sono luoghi idilliaci, collocati per l’appunto in un’atmosfera sospesa e senza tempo, frutto del ricordo. La sua tavolozza, ricca e materica, si accende di sfumature prepotenti ed assolute.

Forme e colori, intrecciati, reinventati, a creare una realtà sospesa nel tempo e di grandissima suggestione, costruiti da densa materia pittorica, infinite varianti di blu prussia, oltremare, cobalto e poi rosso cadmio, verde, azzurrino che trascolora in un viola più corposo. A cominciare dagli anni ‘80, la tavolozza di Giokaj si arricchisce di colori più baldanzosi e disposti con un senso drammatico del contrasto, della sorpresa, della dialettica serrata. Negli ultimi quindici anni la poetica di Gjokaj si definisce una volta per tutte, la tavolozza si fa più luminosa, i colori si fanno delicati come acquarelli.
“Che metamorfosi ha subito Gjokaj nei 35 anni di soggiorno romano? La sua tempra di paesaggista si è evoluta ed affinata: la messa a fuoco un tempo orientata su un ristretto lembo di natura, quasi un sacro pomerio, lavorato con colori densi, gravi e quasi estratti con pena, si è dipanato in larghi orizzonti nei quali la natura si esprime con brio, effervescenza, forza di colori che approdano alla violenza. Spesso, in primo piano si dispone un intrico o un tappeto volante di foglie di eucalipto, quasi un volo d’ali elegante, propenso a smaterializzarsi. Alla distanza intermedia, terra e cielo si alternano come se volessero risolversi astrattamente in campiture araldiche. Le misure dei dipinti non hanno importanza, la struttura è sempre monumentale, panoramica anche nel piccolo formato. La divisione per fasce orizzontali ha la funzione di neutralizzare il referente naturalistico, sia esso siepe, campo, caseggiato, risolvendolo nei suoi componenti cromatici… Alla fine, opera dopo opera emerge con chiarezza un universo leopardiano, panico, totalizzante, indifferente alla nostra vicenda personale, con piccoli residui d’idillio, di sogno, di elegia: Titire, tu patulae recubans sub tegmine fagi… La miglior condizione per apprezzare i dipinti di Gjokaj sarebbe presso il suo studio, ritrovarsi dispersi nel verde della campagna romana, in una piccola radura pervenutaci dall’età dell’oro.” (E. Bilardello).

Il maestro Gjokaj è un pittore di grande spessore artistico, molto conosciuto ed apprezzato negli ambienti capitolini e all’estero. Ha esposto in molte gallerie d’arte, da Taiwan a Parigi, da Tokio al Lussemburgo, passando per Cuba e Ljubliana.

 

   

 

Critica

Gjokaj o del solitario sentimentale

“Le strade dritte non portano da nessuna parte”: così ho sentito dire una volta da Gjokaj. Il che significa che sono le sfumature a fare le differenze, quelle piccole incertezze dalle quali possiamo lasciarci sorprendere, che solo nelle linee interrotte, nei sentieri meno battuti, nelle strade di campagna, nei percorsi solitari si può trovare qualcosa di raro e prezioso, fuori dagli sguardi dei molti.

La pittura di Gjokaj si nutre infatti di piccole e semplici cose di cui il pittore è geloso e che distilla come gocce di vinaccia che daranno una buona grappa solo a costo di grande attenzione, pazienza, attesa.

Gjokaj dipinge qualcosa che dà l’impressione di voler regalare a pochi, lo fa con molta parsimonia, ma nel suo regalo accadono invisibili, discrete, piccole, delicatissime apparizioni.

La sua pittura è fatta di dolci esplosioni che fanno fiorire la tela, come se i suoi paesaggi fossero campi arati e coltivati con miscugli di semi senza nome, messi infuocate. Quel che verrà fuori da questa passione irruenta è un’altra storia.

Ma soprattutto la sua pittura è un orizzonte in continua sovrapposizione, anzi più orizzonti che si accumulano, che fanno crescere una sorta di sentimento panico, che affinano, mediano e addolciscono il suo contatto con la natura.

Gjokaj vive la terra e il cielo, la notte e il giorno dei suoi dipinti come un miracolo che non ha nulla di metafisico né di sovrannaturale, eppure non sa nascondere ogni volta un suo personale stupore. Prodiga e avara allo stesso tempo, la sua pittura allinea e addomestica su orizzonti sovrapposti piccoli incendi di colore, come se terra e cielo non fossero altro per lui che campi da accendere con pennellate morbide, con carezze e attenzioni. Nei suoi quadri Gjokaj si “confessa” come un sentimentale, tradendo una scaltrezza ed una tecnica “urbana” unite a una forza di carattere e di caparbietà “rurali”. Una pittura raffinata e minuziosamente ricca, aperta alla vista ma chiusa allo stesso tempo in una teca preziosa, in una dispensa di erbe e di odori, scandita secondo tempi interiori e lontani. E’ un’eco lontano infatti che si ripercuote sulla  linea dei suoi paesaggi , è la compresenza di memoria e sensazione che scorre tra i suoi orizzonti cuciti col del filo invisibile.

La sua vicenda incisoria testimonierà allora di una pratica ancora più lunga e profonda, ancora più interna e preziosa, in cui la vista lascia quasi il posto al tatto, in cui l’occhio cioè deve immaginarsi che quella varietà di segni, di trame, di retinature, di “velature”, provenga da una sensazione materica (e si vedano in particolare le sue lastre). Pelle piuttosto che segno, membrana piuttosto che velo è la sua superficie incisa, tanto quanto quella dipinta è sangue e muscoli di questo etereo corpo metallico.”

 

TONELLI

 

“… Il nero é dunque il basso continuo della pittura di Mikel Gjokaj, la  struttura cromatica portante dell’organismo figurativo sul quale l’artista appunto instaura una somma di sensazioni presenti e passate sostenute da simboli e allusioni, determinate da risonanze e richiami psichici. In questo senso, qui la pittura più che “rappresentazione del percepito” è semmai intesa come “immagine proposta alla percezione” e di conseguenza unicamente affidata alla sensibilità e all’intelligenza fruitiva del riguardante …”

“… Del pari, il modulato frangersi e diffrangersi delle luci e dell’ombre individuano una profondità illimitata dello strato atmosferico entro cui si articolano le ragioni figurali dell’atto pittorico o –meglio- entro cui si dispiega la visione …”

“… Ciò che emerge dalla sua opera è quindi una trepidante solitudine, una fonda tristezza umana. Ma non denuncia una fuga dalla realtà, perché il pittore abita quei veli d’ombra del “suo” nero e si dilunga a scoprirne i segreti, si attarda a svelarne le misteriose suggestioni. Quanto rappresenta non configura il fantasma di una perduta realtà, lo spettro o –se si vuole- la parvenza di un miraggio interiore: Mikel infatti, riducendole a pure evocazioni, trasferisce sulla superficie del quadro le concrete immagini dell’esistente. Il suo è forse un approdo agli abbandonati giardini dell’ideale …”

“… Senz’ombra di naturalismo, tutta l’opera di Mikel Gjokaj si riverbera comunque nella natura: sebbene depauperata d’ogni decoro didascalico, di essa è egualmente specchio. Una natura dunque strumentata sul colore-immagine e sul segno-materia, dove la  fervida fantasia del pittore localizza emozioni e sensazioni, irradia velate accensioni …” 

Giacomozzi  C.,  Quatto proposte di lettura per l’opera di Mikel Gjokaj, febbraio 1979

“… Mikel Gjokaj è un giovane pittore albanese, da anni attivo qui a Roma, che dal suo paese d’origine, Krushevë e Madhe (Kosovë), un piccolo centro di confine tra Jugoslavia e Albania, bagnato dal Fiume Bianco e circondato da alte catene di monti, ha derivato quel sentimento romantico di intensa e religiosa comunità con la natura così palpitante nei suoi quadri e nella sua vasta, straordinaria produzione grafica. Un sentimento quasi panico, che fa delle sue opere –i grandissimi dipinti, i fogli di disegni, le incisioni di strepitosa perizia- una sorta di cosmogonia attraversata da piante, nuvole, fiori e animali che intrecciano e “mutano” le loro esistenze, componendo un universo in perenne germinazione, che si trasforma e rinasce a nuova vita dalle sue stesse fertilissime ceneri.

 

Anche il “notturno”, così incombente nei fondi scurissimi, ma nutriti di colore, dei suoi dipinti, in cui campeggiano le creature del suo universo fantastico, ha una radice autobiografica, nel quotidiano peregrinare di Gjokaj, prima ancora dell’alba, tra le campagne e i monti della sua terra: in quella diretta comunione con la natura al suo destarsi, quasi un travaglio che la restituirà alla luce, che sembra ossessionare Gjokaj, e che egli trasferisce sulla tela o sulle grandi lastre delle sue splendide incisioni conferendo a quel magmatico e primigenio “motivo” una pronuncia personalissima e inconfondibile…”      

Petrocelli D., presentazione per la cartella di incisioni “Il sogno di Icaro”, marzo 1978. 

 

“… La verità grafica che, calibrata con rara sapienza, anima i fogli di Mikel Gjokaj vive di un segno pregnante nelle pulsioni plastiche offerte dalle lastre -opere d’arte autonome nella tenace scultura delle stratificazioni e nella raffinatezza minima, quasi sfuggente, dei veli e delle ombre- e rivela una sovrana capacità di penetrazione nei climi cromatici che realizzano con severità un universo chiuso, compiuto, verificato nella rara precisione dei simboli e avaro di margini allusivi …” 

 

Padroni U., marzo 1978

 

“… Egli lavora in completa solitudine, come un eremita, un monaco-pittore, un esiliato dal mondo, in una casa-studio deserta nella campagna intorno a Roma, verso Ostia, illuminata a sprazzi dall’ orizzonte marino, però munita degli strumenti tecnici più avanzati, specialmente per quanto attiene all’antica arte dell’incisione.

 Lavora dall’alba al tramonto, in un silenzio totale, interrotto soltanto dal grido rauco dei gabbiani che salgono dal mare.

Ogni dipinto è per lui un unicum.

Usa esclusivamente colori puri e materie scelte, costruendo i quadri lentamente, con pazienza certosina, dal basso in alto, verso il cielo, come se affrescasse le navate d’una chiesa.

Interrompe il lavoro unicamente per fare lunghe escursioni notturne nel bosco circostante, solo come un lupo famelico…”

“… Mikel Gjokaj è un mago del colore, della luce-colore, o della luce-colore-materia, in una versione nuova e del tutto personale. Egli intesse la tela di luce-colore, trasformando la stessa materia in luce-colore, realizzando, più che quadri, preziose texture di luce-colore-materia, in una variazione continua, in quanto ha a sua disposizione una gamma stupefacente di colori. Non è soltanto un colorista, è anche un tessitore, un alchimista.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  

Ma oltre che della luce-colore, della luce-colore del giorno, Mikel Gjokaj è altresì un mago dell’ombra, del buio, della notte…”

 Costanzo Costantini, Il grande pittore kosovaro Mikel Gjokaj, dicembre 2008

 

“… Gjokaj vive immerso nei boschi e sempre lì, dipinge giocoso, disegna, incide e con torchio stampa le sue incisioni multicolore. Nella clausura di uno studio appena restaurato, un cascinale che un tempo fu dei contadini della campagna romana, l’artista kosovaro trascorre felice le sue giornate come se vivesse fuori dal mondo, trascinato in una dimensione metafisica, sicuramente priva delle lancette dell’orologio della modernità…”    

 “… di non etichettare il mondo, di non dare molta importanza alle apparenze, alle forme visibili, quanto alle invisibili, ossia di cantare solo a quelle luci della sera che in ogni tramonto cambiano di suono. I suoi dipinti sono lenti come le lunghe cantilene suonate al ritmo delle litanie dei contadini moabiti, oppure sono rotoli ritmici di canzoni nomadi o racconti immaginifici di incredibili maghi o più semplicemente favole narrate intorno al fuoco…”

 “… A differenza del nordico Durer, in Italia Gjokaj ha incontrato con orgoglio le linee di Filippo Lippi, il genio di Bernini, l’estro di Borromini e di certo la maledizione della luce di Caravaggio. Nelle sue tele, infatti, si è incrociata la linea e la luce, il significato e il segno, il peccato e la verginità del fare arte … la moglie e l’amante!…”

 “Per Gjokaj, quindi, la pittura è un piacere del corpo, ma di un corpo astratto che arriva prima della ragione e con l’unica idea di Dio nata per caso, prima ancora che si potesse modificare il mondo, prima ancora che Dio si manifestasse metafisicamente…”

Masi, A. Ars est celare artem, aprile 2007 

 “ … Gjokaj dipinge qualcosa che dà l’impressione di voler regalare a pochi, lo fa con molta parsimonia, ma nel suo regalo accadono invisibili, discrete, piccole, delicatissime apparizioni. La sua pittura è fatta di dolci esplosioni che fanno fiorire la tela, come se i suoi paesaggi fossero campi arati e coltivati con miscugli di semi senza nome, messi infuocate…”

“… Gjokaj vive la terra e il cielo, la notte e il giorno dei suoi dipinti come un miracolo che non ha nulla di metafisico né di sovrannaturale, eppure non sa nascondere ogni volta un suo personale stupore….”

“… La sua vicenda incisoria testimonierà allora di una pratica ancora più lunga e profonda, ancora più interna e preziosa, in cui la vista lascia quasi il posto al tatto, in cui l’occhio cioè deve immaginarsi che quella varietà di segni, di trame, di retinature, di “velature”, provenga da una sensazione materica (e si vedano in particolare le sue lastre). Pelle piuttosto che segno, membrana piuttosto che velo è la sua superficie incisa, tanto quanto quella dipinta è sangue e muscoli di questo etereo corpo metallico.”

 Tonelli M., Gjokaj o del solitario sentimentale, ottobre 2005

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *