Giorgio Galli

Giorgio Galli nasce a Roma nel 1958, studia le antiche tecniche dell’affresco  e dell’encausto recuperandole alla nostra sensibilità attuale. Nel 1997 fonda a Roma con altri artisti un gruppo denominato “Neoastrazione romana”. Ma Giorgio Galli è soprattutto un artista, che compie itinerari all’interno e all’esterno dell’umanità con una efficacia anatomica che ha tratto da lontano, dalle esperienze sociali e politiche che la sua famiglia ha vissuto e di cui Giorgio Galli si è nutrito; sempre accanto alle lotte di chi subisce, contro tutte le arroganze e le ingiustizie. Nella sua apparente scompostezza racchiude la perfezione del grande artista, un vero e proprio fenomeno d’insieme, fra investigazioni di materiali naturali forti di inveramenti letterari, che vanno a conflagrare in un risultato acuto ed emozionante. Giorgio Galli racchiude la sensibilità, il coraggio e la coscienza di classe di chi ha comunanza certa con tutta quella parte di umanità che non dimentica mai la propria storia perché è condizione unica per entrare nella sua nuova storia. Questo è l’artista.  Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private; vive e lavora tra Roma e Genzano.

CRITICA

Giorgio Galli: Elegia dei sogni spezzati

di Silvia Sfrecola Romani

Elegia dei sogni spezzati: strano titolo, delicato, nostalgico, spiazzante più che fuor­viarne. per un lavoro, come quello di Giorgio Galli, che invece si impone, fin dal primo impatto, per la forza della materia e la potenza espressiva. Eppure titolo non potrebbe essere più adatto per sintetizzare, letteralmente in quattro parole, una ncerca che. seb­bene partita “solo” sei anni fa. ha una portata nuova e antica insieme, perché se nuova è l’impalcatura, antico invece è il progetto. La parola “elegia” rinvia. neH’immaginario collet­tivo. a malinconica mestizia.sia funebre che amorosa. Eppure Giorgio non tradisce il’suo’ titolo che. per contro, contiene in nuce tutti gli elementi che definiscono (da sempre) la sua autenticità. Genere antichissimo, l’elegia (greca) era originanamente connessa a temi epici, guerreschi e politici, prima di diventare con gli autori latini lirica del dolore e del lamento (Ovidio) e di amore impossibile (dai celeberrimi versi di Catullo in poi). Ebbene, nel lavoro di Galli ce tutto questo:guerra, politica, morte, vita.amore, dolore, rabbia. Già Martina Corgnati aveva sottolineato il rapporto con il “classico” di Giorgio Galli ma il salto fino a Paul Klee, che era sicuramente valido per Omnia vanitas (2003) non è più suf­ficiente ora. perché non esaunsce un richiamo, sempre più forte e chiaro, alla cultura clas­sica. intesa come universale, di un’arte che non è e non vuole essere solo pittura, né solo letteratura, né solo lirica. Da qui la scelta della parola ■’elegia”, un termine trasversale, super partes ma volutamente pregno di rimandi storico-lettcrari.Tutto avviene, sia ben chiaro, a livello squisitamente pittorico perché la fedeltà alla pittura per Galli è un diktat. Una pit­tura. quella dell’artista romano, che a volte trova una fuoriuscita spaziale nell’installazione ma rimane saldamente ancorata al quadro, o meglio alla tavola di legno tamburato, affe­zionatissima. intradibile compagna della vita artistica di Giorgio. Ut pittura poesis puntella­va Orazio nell’Ars poetica (pare citando il greco Plutarco) aprendo le porte alla riflessione dell’estetica contemporanea. E in effetti il lavoro di Giorgio Galli non puoi solo vederlo: devi entrare in contatto con l’uomo, e se questo vale per tutti gli artisti, per Galli ancora di più. Non per avere una spiegazione, ma perché solo cosi l’opera può dirsi completa e darsi completamente. Non per chiedergli un’interpretazione ma per accrescere labirintica spirale di molti suoi lavori (Ogni secolo costruisce te propne rovi­ne. Minaccioso cielo di cenere. La spiritualità vivifica la materia. L’attesa della parusia. Del colore delle grandi tragedie) ed aggiungere un giro agli infiniti giri intorno al punto, per contribuire all’intensità crescente di un vortice del quale facciamo inesorabilmente parte. E’ stando vicino a Giorgio che comincia il racconto, perché il suo lavoro è prima di tutto un grande racconto.

Il legame forte con la letteratura ha due ragioni sostanziali: se la prima è connessa a moti­vazioni ideali l’arte è (e non può essere che così) filosofia-politica-stona. la seconda a motivazioni concrete: il dipinto è una costruzione culturale, la cui struttura si articola in un racconto. Ed alla dimensione del racconto Giorgio ci crede: non alla fiaba di chi vivrà felice e contento, ma alla storia con un inizio ed una fine, che è il ‘viaggio’ non di una ma di decine, migliaia, milioni di vite, il viaggio della Vita dell’Uomo. E’ un andare o piuttosto un dover andare ed un essere andati ineluttabilmente verso un muro. Perché prima o poi ti trovi un muro davanti, e dietro, e sopra e sotto di te. E così scopri l’inganno dell’esi sten za che altro non è che un procedere all’interno di una spirale, la stessa per tutti, che conduce fatalmente a quel muro. Ed è fi che si cominciano a fare i conti, messi all’angolo da un invisibile carceriere che ridacchia alle nostre spalle e ci alita pesantemente sul collo. Un muro che all’inizio della vita è solo un puntino lontano, ma che man mano prende forma, ed altro non è che il limite invalicabile dell’esistenza. Oltre non si può andare.

Davanti a quel muro tutto è possibile. L’artista è come quell’angelo della storia1, che volge le spalle al futuro ed ha davanti a sé il passato, fuori dal tempo e fuori dallo spazio. Manda avvertimenti e segnali a chi è ancora lontano, smania, scalpita, sbracciando come chi sta per annegare e cerca, se non di salvare se stesso, almeno di non far cadere anche gli altri. E qui veniamo al nodo cruciale dell’arte di Galli: l’alta, altissima considerazione del ruolo dell’artista e di un’arte che è tutto quel che resta, emerge, rimane, sfugge, al tritatutto esi­stenziale. A quel muro Giorgio forse è

arrivato prima, ha scoperto la ’sua’ prigionia, che è una prigionia collettiva, universale. E contro quel muro sfoga la sua rabbia della più maca­bra tra le scoperte, di una condanna a morte che è scritta nel giorno stesso della nasci­ta. Raccontiamocela pure questa vita, come meglio ci pare e più ci piace, imbastiamo i sogni di speranze, edulcoriamo le giornate di desiden. ma tutti i sogni prima o poi si spez­zeranno. infrangendosi proprio su quel muro. Funambolicamente Giorgio crea ellissi e salti temporali incommensurabili o inconcepibili e che invece diventano, nei metri quadrati di un quadro, distanze e misure irrisorie: riduzione, più che astrazione, è la parola corretta per l’arte di Giorgio Galli, in cui uomini e luoghi e fatti sono numeri, parole, cifre, impron­te. orme, tracce, segni, croci, frecce, linee, macchie di una storia collettiva fenomenologi­camente inconfutabile.

Giorgio è un prigioniero cosciente e consapevole, che si accanisce contro il muro che lo imprigiona, attacca, ferisce, colpisce quel diaframma che lo separa da un oltre che forse è libertà, forse è vita, forse è morte. Come inseguito e messo alle strette da un assassino che avanza, compie un tentativo non disperato ma eroico – perché lui è e rimane un umanista, per dirla con Mann, militante* – di chi cerca ed anela l’uscita (EXIT) per sé e per gli altri, ma ovunque c’è solo muro, invalicabile, alienante, respingente. E’ a questo muro che Giorgio affida i suoi racconti, antichi e contemporanei, incrociando la cronaca con la storia, la filosofia con la politica. E su questo muro che ‘graffia’ le sue storie, come un con­dannato a morte esprime le sue ultime volontà o la vittima tenta disperatamente, prima di monre. di lasciare una traccia che conduca al suo assassino. Siamo tutti condannati, ine­vitabilmente a morte. I monturi, dead men walking che a quel muro sono arrivati prima degli altri, camminano nervosamente come topi in gabbia, cercando di aprire un varco con le unghie, ma non sono che tentativi inutili, insignificanti scalfiture dettate dalla dispe­razione. E allora il muro diventa un confidente, diario di un’esistenza condannata a morte, sotto il quale accoccolarsi per sognare*, su cui sfogare la rabbia e l’angoscia, ma anche ricordare la tenerezza e l’amore, fino ad arrivare al punto di scrivere, con la forza che ci rimane e quel poco a disposizione, l’impronunciabile nome del nostro assassino. “Chi U ha ferito?”chiesero i Ciclopi accorsi in aiuto di Polifemo che rispose “Nessuno!”. I suoi com­pagni. lo giudicarono pazzo, e lo abbandonarono. D’altronde nelfimmaginario collettivo la parola elegia rimanda a malinconia mestizia, lamento funebre….

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